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Home Cameroun: il resoconto
Cameroun 2010: il resoconto PDF Stampa E-mail

 

Siamo partiti dall'Italia il 2 febbraio, la destinazione: città di Ebolowa, sud Cameroun.

La nostra equipe era composta da due medici, Patrizia Rossi ed Alessandro Salvati, dall' infermiera ostetrica Giovanna d'Alessandro, e da due biologi, Ilaria Scarfone ed il sottoscritto, Gianni Bimbi.

 

 

In realtà Giovanna è ben più di un infermiera in pensione, è colei grazie alla quale ha preso vita un'associazione che lavora attivamente nel terzo mondo per aiutare le persone più bisognose: Solidarietà nel Mondo. 

Lo scopo del nostro viaggio: portare medicinali, prestare cure mediche, donare zanzariere nei villaggi, vestiti per i bambini, conforto ed uno straccio di speranza.

Non nascondo che all'inizio di questa avventura l'idea di partire mi spaventava non poco: un viaggio lungo, in una terra completamente diversa dalla nostra, in cui predominano sporcizia, miseria e malattie, nella quale vivono persone con una cultura, mentalità ed usanze a noi totalmente estranee.  

I primi giorni sono stati i più critici. L'impatto è stato forte: i luoghi sporchi, gli odori intensi ed a volte sgradevoli, il degrado, la povertà.

Ma l'Africa ha veramente qualcosa di magico, qualcosa per cui o tenti di difenderti da lei fino a soccombere oppure ti lasci assorbire, ed in essa penetri fino a vedere tutto con occhi diversi, fino a farti abbagliare dalla ricchezza di cui è intrisa.

Una ricchezza celata negli animi delle persone.

 

Eravamo ospiti presso la missione dei Padri Salesiani di Ebolowa, un complesso che, oltre all'abitazione dei padri, comprende un ampio cortile su cui si affacciano le aule delle scuole elementari e la chiesa principale, le scuole materne, vicine ad una seconda chiesa dedicata alla messa dei bambini, e gli ambulatori presso i quali prestavamo servizio. 

I canti ed il vocio dei bambini erano la nostra sveglia mattutina e ci accompagnavano per quasi tutta la giornata: gia alle 6:00 del mattino gli scolaretti giocavano nel cortile o marciavano cantando per prepararsi alla parata dell'11 febbraio, la "Fete de la Jeunesse", una festa nazionale molto importante, nella quale ogni scuola del paese sfila lungo le strade per conquistare il titolo di migliore scuola della città.

 

 

La colazione veniva fatta di buon mattino nella cucina della missione, con latte, caffè, pane caldo e biscotti. I padri salesiani non ci hanno mai fatto mancare nulla, offrendoci pranzo e cena caldi ogni giorno (quando loro mangiano di norma una sola volta durante la giornata), ed accogliendoci come fossimo a casa nostra.

La mattina veniva dedicata totalmente alle visite in ambulatorio.

Gli ambulatori della missione sono due e sono stati costruiti da poco, grazie all'intervento di Solidarietà nel Mondo che ha investito molto in questo progetto di sanità.

 

        

 

Verso le 6:00 del mattino Suor Maria Josè, che da sola manda avanti gli ambulatori quando noi italiani non ci siamo, distribuiva dei tagliandini numerati alle persone che si affollavano al cancello della struttura.

30 numeri, 30 pazienti... in realtà ogni mattina facevamo consulenza a molte più persone: alcuni si passavano i numeri, altri entravano in ambulatorio in gruppetti usando un solo tagliandino, altri semplicemente si presentavano verso la fine della mattinata e venivano visitati anche senza che avessero il numero. 

 

         

Molte persone facevano chilometri e chilometri, spesso a piedi, per venire dal loro villaggio fino all'ambulatorio e nessuno di noi se la sentiva di rimandarli indietro senza che avessero avuto la possibilità di essere visitati.

I casi che si presentavano ogni mattina ai nostri occhi erano i più diversi: malaria, filaria, vermi, scabbia, tigna, ernie ombelicali o inguinali mai curate, mutilazioni per diabete, elefantiasi, problemi di vista, dolori diffusi ed altro ancora.

Il 70 % della popolazione era affetta da SIDA, l'AIDS, e spesso le madri non avevano latte da dare ai neonati. Molti erano i bambini denutriti, per alcuni è stato necessario il ricovero in ospedale, attuabile soltanto grazie ai soldi che offrivamo ai casi più gravi.

L'ospedale in Cameroun si paga, chi non ha soldi per il ricovero può morire nei corridoi senza che gli venga fornito soccorso.

Non si paga soltanto il ricovero, ma anche gli esami e le operazioni. Ci vogliono soldi addirittura per essere dimessi. Ma non solo: i pazienti che si rivolgono all'ospedale ricevono una lista delle cose necessarie all'intervento ed alla degenza: cotone, cerotti, garze, siringhe, medicine, cibo, tutto deve essere acquistato dal paziente prima del ricovero e portato in ospedale.

Ma in Africa la maggior parte della gente non ha soldi neanche per mangiare, come possono permettersi cure ospedaliere...

E' stato commovente aver dato pochi soldi ad una bimba cieca per pagarle l'operazione agli occhi, o il denaro per il ricovero di una gemellina denutrita di 4 settimane che stava morendo tra le nostre braccia. E' incredibile avvertire come, in quei contesti, il nostro naturale attaccamento al denaro perda completamente senso e svanisca nel nulla.  Ci si sente di voler dare tutto, senza bisogno di tenere nulla per sè, mentre gli uomini nel "primo mondo" non fanno altro che pensare ad accumulare sempre più ricchezze materiali.

 

 

Molte sono state le dimostrazioni di dignità...

Un venerdì pomeriggio, una signora si è presentata alle porte della missione. Aveva in braccio un esserino di una settimana, avvolto in stracci e chiaramente denutrito.

Una bambina, il suo nome: Gloria di Dio.

La madre, in lacrime, ci ha confidato quale fosse la sua situazione: sola, sieropositiva, senza soldi. Ma il motivo per cui stava piangendo era un altro: in seno non aveva latte per la sua bambina. Le abbiamo dato dei soldi per comprare un po' di latte, quello bastante fino al lunedì successivo, quando avremmo ricevuto le nostre scorte di latte in polvere che le sarebbero poi state donate.

In più le abbiamo dato un po' di riso, un po' d'acqua.

Il lunedì mattina la signora si è presentata in ambulatorio come da accordo, e con grande nobiltà d'animo ha fatto un gesto che ci ha commosso.

Ci ha riconsegnato parte dei soldi che le avevamo offerto per comprare il latte. Le erano avanzati, aveva acquistato la quantità bastante per quei giorni e ci stava dando il resto della spesa.

Un insegnamento grande che ci ha fatto capire quanto ricche siano le persone di quella terra.

E la dignità non la si vedeva soltanto in gesti come questo, era indossata da ogni persona, era manifestata nel loro portamento, nel loro vestire stracci, nella loro eleganza, a volte bizzarra, della domenica mattina, nei loro sguardi.

 

 

 

E proprio quegli sguardi mi hanno permesso di "vedere" e "sentire" l'Africa dentro di me.

Con il passare del tempo, le eventuali menomazioni fisiche delle persone passavano in secondo piano, perchè quelle inquietanti deturpazioni estetiche erano soffocate ed oscurate dalla luminosità degli sguardi, dal calore umano che ti veniva trasmesso anche soltanto con una stretta di mano o un abbraccio. 

Non sentivo più nulla di ciò che in principio mi teneva fisicamente distante dalle persone: non c'era più odore sgradevole sulla pelle di quella gente, non c'era più sporcizia sulle loro mani o sui loro abiti, c'era soltanto una grande voglia di sentirsi utili, di fare loro del bene, di sentirsi accolti ed amati, e la gioia di ricevere un saluto dato con calore.

 

Il pomeriggio era dedicato ad attività di vario tipo.

 

Siamo stati in villaggi costruiti in mezzo alla foresta. La strada di polvere rossa, immersa nel verde della vegetazione, era praticabile soltanto grazie al pick-up guidato magistralmente da Suor Maria Josè. Spesso stavamo seduti sul cassone del mezzo per godere della vista meravigliosa di quei luoghi. Con noi le medicine, le zanzariere, i vestitini: tutte cose per la gente dei villaggi.

 

      

 

Sui lati della strada si affacciavano a volte piccoli agglomerati di case, popolati da persone che ci salutavano sorridenti o ci guardavano curiose. Bambini che giocavano con niente o correvano dietro ai cerchi delle ruote fatti rotolare con dei bastoni.

Alcuni bimbi facevano il bagno in piccoli laghetti, altri camminavano lentamente lungo la strada portando sulla testa secchi pieni d'acqua.

Arrivati ai villaggi la gente ci accoglieva con calore ed iniziava l'ambulatorio: postazioni improvvisate nella casa del prete del villaggio, in cui i medici visitavano i malati e davano i farmaci. In meno di due ore di ambulatorio venivano visitate anche più di cento persone.

Distribuivamo poi le zanzariere da mettere sopra ai letti (quando questi ci sono), perchè le zanzare in Cameroun sono il veicolo della malaria.

Donavamo vestitini ai bambini, o palloncini, o pupazzi che avevamo portato da casa.

Ogni persona ci donava un sorriso ed è incredibile come quella gente non ne sia mai assolutamente avida ed avara. Ognuno ha un fortissimo attaccamento alla vita e dà ad essa un grande valore.

Credo che sia proprio quando si conoscono bene la sofferenza e la morte che si può capire il vero valore della vita ed apprezzarla per quello che è, senza bisogno di sfarzo od eccessi.

Gli abitanti del villaggio, alla fine della giornata, ci ringraziavano donandoci quel poco che avevano: un casco di banane, noci di cocco, arachidi. I loro doni semplici ed umili, in quel momento, diventavano per noi il tesoro più grande, il simbolo della vita stessa.

 

In altre occasioni abbiamo visitato un istituto di riabilitazione per bambini disabili, le carceri della città, i lebbrosari.

Ognuno di questi luoghi ha storie tristi da raccontare, eppure vi abbiamo sempre incontrato persone meravigliose capaci di darci più di quanto noi non avessimo dato loro. Persone che non hanno niente e che offrono tutto. Valori forti, puri, schiettezza, genuinità, sorrisi.

I bambini disabili, per lo più sordomuti, si sono praticamente gettati su di noi quando ci hanno visto arrivare. Ognuno di loro ha voluto stringere la mano ad ognuno di noi. Non avrei mai immaginato di vederli così felici per una nostra visita. Abbiamo deciso di ringraziarli regalando loro palloni per giocare e pennarelli e fogli bianchi per disegnare, ma ancora una volta, la loro gioia, per i nostri cuori, è stato un dono ben più grande. 

 

    

 

Le carceri... non ci sono parole che possano descrivere un luogo simile: un girone dantesco, in cui i detenuti non hanno diritti, sono trattati come animali, relegati in piccole celle, in gruppi di sei, sette detenuti per cella, senza servizi igienici, soltanto un secchio da utilizzare come wc.

La mattina i secchi vengono svuotati in canaletti aperti intorno al piccolo cortile nel quale si svolge la vita dei carcerati. 

Abusi, soprusi ma soprattutto l'indifferenza: il peso di esistere sì, ma soltanto per sè stessi, perchè quando si viene chiusi in quel carcere non si esiste per nessun altro.

I lebbrosari: organizzatissimi villaggi gestiti da Suor Maria Josè, in cui vivono gli ex malati di lebbra con le loro famiglie. Maria Josè ha svolto una grande opera, educando gli abitanti dei lebbrosari al lavoro di comunità: ognuno ha i suoi compiti, il villaggio ha un proprio statuto, c'è l'ambulatorio, la chiesa, la stanza per la mensa (un pasto caldo alla settimana). Funzionale, pulito, armonioso. 

 

 

 

Questo breve resoconto non ha la pretesa di raccontare un'esperienza che non si può descrivere a parole ma che, per essere capita nel profondo, deve essere vissuta in prima persona; però ho voluto ugualmente condividere con voi una piccola parte di quello che è stato il nostro viaggio umanitario ad Ebolowa. 

L'Africa è un paese che ha evidenti difficoltà. L'igiene ed il sistema sanitario in primis. Però è anche un mondo che si sta evolvendo, che sta crescendo e prendendo consapevolezza di sè.

Molti giovani hanno buone intenzioni per il loro futuro, alcuni frequentano l'università, avendo così modo di aprire la loro mente, farsi una cultura e divenire il motore trainante dell'ascesa.

Il tutto procede con lentezza, l'Africa ha i suoi tempi ed i suoi sogni, ma anche per questo bellissimo e ricchissimo paese arriverà il momento del riscatto. 

Concludendo voglio ringraziare tutti coloro che hanno preso parte con me, a questa preziosissima esperienza: Patrizia Rossi, Alessandro Salvati, Ilaria Scarfone, senza la quale tutto questo per me sarebbe rimasto soltanto un'idea irrealizzata, e Giovanna d'Alessandro, l'anima instancabile dell'associazione.

Voglio ringraziare anche tutte le persone che ad Ebolowa ci hanno accolto ed aiutato in ogni attività svolta: i padri salesiani, Suor Angelica, le suore Venerini alle quali fa capo Suor Maria Testa, ed i nostri amici Destin ed Enrie che hanno fatto da infermieri ed interpreti dal "bulu" al francese.

Un grazie particolare va a Suor Maria Josè, unica e preziosa. 

 

dott. Gianni Bimbi

 

 

 

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